Rinnovo CCNL Metalmeccanici: la piattaforma è insufficiente

Rinnovo CCNL Metalmeccanici: la piattaforma è insufficiente

Il Comitato Centrale della Fiom-Cgil nella riunione del 19 febbraio ha approvato con il solo voto contrario di chi scrive la piattaforma unitaria Fim-Fiom-Uilm per il rinnovo del contratto nazionale dei metalmeccanici.
La ragione principale della mia contrarietà, a nome dell’area Giornate di Marzo, alla piattaforma sta nella richiesta salariale ampiamente insufficiente ed incapace sia di tutelare il potere d’acquisto che di redistribuire la ricchezza e i profitti. A dire il vero la piattaforma non rispetta neppure la linea approvata all’ultimo congresso della Fiom che sul salario si era data come obiettivo “recuperare davvero il potere d’acquisto dei salari, aumentandoli con l’obiettivo del recupero del gap tra Ipca ed inflazione reale”.
Infatti i sindacati ripropongono l’impianto attualmente in vigore non basato sul recupero dell’inflazione reale ma sull’indicatore dei prezzi (di matrice confindustriale) chiamato “Ipca depurata”. La cifra viene per di più elargita con 6 mesi di ritardo attraverso il meccanismo cosiddetto “ex post”. Un impianto salariale che ha fatto perdere come minimo 120 euro al mese al livello C3 (ex 5° livello) negli ultimi 8 anni.
La richiesta sui minimi prevede un aumento di 280 euro mensili totale al livello C3 in 3 anni comprensivo dell’inflazione calcolata sull’Ipca depurata. Una cifra assolutamente insufficiente che non solo non recupererà l’inflazione reale ma che nemmeno tiene conto dei profitti esorbitanti realizzati dai padroni in questi anni grazie al lavoro del proletariato.
Non è accettabile come giustificazione addurre che il nostro contratto finora è stato migliore (o più esattamente meno peggiore) degli altri contratti nazionali dell’industria. Così come non è una motivazione valida il fatto che Federmeccanica voglia tentare di scardinare “da destra” la clausola di salvaguardia basata sull’Ipca depurata perché ha comunque costretto il padronato a pagare troppo gli operai rispetto alle altre categorie. Di cosa stupirsi? Quando mai gli imprenditori non piangono miseria e vogliono aprire il portafogli? I criteri con cui elaborare una richiesta salariale dovrebbero basarsi semplicemente su quanto serve ai lavoratori per tutelare i salari e avere condizioni di vita migliori.
Una richiesta adeguata avrebbe dovuto:

  1. Sostituire l’Ipca depurata con l’indice dell’inflazione reale
  2. Il meccanismo di adeguamento salariale avrebbe dovuto essere applicato non ex post ma mensilmente
  3. I 280 euro di aumento avrebbero dovuto essere non una richiesta da mediare ma la cifra ottenuta, non comprensiva dell’inflazione ma in più rispetto ad essa e non al C3 bensì uguale per tutti.

Questo avrebbe significato mettere in discussione quel patto per la fabbrica firmato da Cgil-Cisl-Uil foriero di continue perdite salariali? Sì. Ma la Fiom rappresenta la categoria di lavoratori socialmente ed economicamente più importante, quella che da sempre ha fatto la storia del movimento operaio.
Si sarebbe dovuto avere molto più coraggio. Invece, come ampiamente anticipato negli scorsi articoli ed interventi, si parte già con il freno a mano tirato. Con una paura tremenda di ciò che diranno e faranno i padroni e quel che è peggio con una sfiducia cronica nella forza dei lavoratori.
Questo approccio trapela chiaramente anche leggendo il resto delle richieste avanzate inerenti le parti normative. Per quanto in astratto più che condivisibili, le richieste su temi cruciali quali riduzione di orario e limitazioni della precarietà risultano o talmente generiche da apparire timide oppure avanzate con già una mediazione al ribasso fatta ancora prima di proporla alla controparte. Per esempio sulla precarietà si chiede “una percentuale massima di utilizzo” di contratti atipici ma non si propone una cifra precisa. Si chiede di introdurre “causali” ma non si dice quali. Si chiede di individuare “percorsi di stabilizzazione superati i 24 mesi” ma non si dice quali. L’apice si raggiunge nel punto sulla riduzione di orario dove la premessa recita: “l’obiettivo principale è garantire l’occupazione aumentando la produttività e la competitività – a cui poi si aggiunge – grazie agli investimenti tecnologici di prodotto e di processo, attuando forme di riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario”. Questa richiesta però vale solo per le aziende “coinvolte in processi di transizione, riorganizzazione o crisi e di consistente riqualificazione professionale.” Poi siccome sia mai che una eventuale riduzione d’orario la paghino i padroni si conclude chiedendo che si coinvolga il governo “per individuare un idoneo ed efficace strumento legislativo che favorisca la riduzione contrattuale dell’orario di lavoro anche attraverso le risorse oggi impegnate in ammortizzatori sociali, anche per favorire un sostegno alla formazione.” La domanda che sorge spontanea è: ma invece di tutti questi equilibrismi e panegirici non si faceva prima a chiedere semplicemente la riduzione dell’orario di lavoro a 35 ore settimanali a parità di salario?
Insomma su queste basi dire che la trattativa partirà in salita è davvero un eufemismo. Le rivendicazioni devono essere riviste al rialzo e con un maggiore spirito combattivo.
Per questo come Giornate di Marzo abbiamo votato contro alla piattaforma nel Comitato Centrale Fiom e per questo pensiamo che i lavoratori debbano fare altrettanto nel referendum in ingresso che si terra nelle prossime settimane.

Paolo Brini
Comitato Centrale Fiom