TUTTO. TRANNE QUELLO CHE SERVE.
un commento della Redazione Giornate di marzo alla relazione di Maurizio Landini al congresso Cgil
Nella relazione con cui ha aperto il congresso nazionale della Cgil a Rimini, il segretario uscente Maurizio Landini ha toccato numerosi argomenti, dall’immigrazione alla questione femminile, dalla precarietà alla crisi della “rappresentanza politica”, dai bassi salari alla guerra… C’è stato però un grande assente in tutto il suo lungo discorso: la lotta di classe. Si può dire che Landini ha parlato davvero di tutto pur di eludere l’unica cosa di cui ci sarebbe oggi davvero bisogno: aprire una nuova stagione di mobilitazioni.
Il segretario ha di fatto presentato un’infinita “lista di desideri”, con tutti i provvedimenti che ai vertici della Cgil piacerebbe molto venissero adottati: piani industriali, un piano di investimenti per l’occupazione femminile, un fondo nazionale per la riconversione ambientale, nuovi modelli di sviluppo, un contratto unico di inserimento al lavoro (per sostituire i contratti precari), la settimana lavorativa di 4 giorni, e chi più ne ha più ne metta.
In questi cinque anni abbiamo già sentito infinite varianti su questo tema. Al congresso sarebbe stato opportuno presentarne un bilancio. E in verità un bilancio implicito il segretario l’ha presentato descrivendo i peggioramenti delle condizioni dei lavoratori: la precarietà dilagante, il fatto che le aziende accumulino profitti mentre i lavoratori si impoveriscono. La domanda a cui non ha risposto è stata: dov’era la direzione della Cgil mentre succedeva tutto questo? Quali errori sono stati fatti e cosa bisogna cambiare?
Invece di concentrare l’attenzione su una strategia di riscossa efficace, si è sviata la discussione con un attivismo di facciata proponendo tutte le iniziative possibili e immaginabili: campagne di sensibilizzazione nei luoghi di lavoro, percorsi nelle scuole, forme mutualistiche, assemblee con le associazioni… Si è persino elogiato l’incontro con il Papa (e “l’importante convergenza” con le sue encicliche), ma di scioperi o mobilitazioni vere neanche a parlarne. L’unica volta in cui ha parlato di scioperi è stato per proporre “scioperi alla rovescia” in cui i lavoratori (maschi) dovrebbero lavorare regolarmente, ma devolvere il loro stipendio per iniziative di sostegno alle lavoratrici donne… Tutto tranne l’unica arma efficace: le vere lotte portate avanti dai lavoratori in carne ed ossa.
Non a caso Landini, in più di due ore di relazione, non ha citato nessuno dei paesi in cui si stanno sviluppando mobilitazioni operaie estremamente significative. La lotta in Francia contro la riforma delle pensioni di Macron non è stata ritenuta degna nemmeno di un accenno. La Gran Bretagna è stata menzionata solo per dire che sono state introdotte leggi anti-sciopero, senza fare riferimento all’ondata di scioperi che ha attraversato quel paese.
Le conseguenze di questa linea sono evidenti in tutti gli ambiti, come per esempio sulla questione del governo. Il problema non è solo che la Meloni sia stata invitata al nostro congresso, quanto piuttosto che il segretario rivendichi nei confronti del governo di destra “il diritto al confronto preventivo e ad essere consultati”. E’ semplicemente fuori dal mondo pretendere di portare avanti una “concertazione” con il governo Meloni, che fin da subito ha sferrato una serie di attacchi proprio contro i settori più poveri della popolazione. Lo stesso Landini è costretto ad ammettere che i tavoli di confronto tenuti fino ad oggi sono stati “finti” e che il governo ha fatto l’esatto opposto rispetto alle proposte avanzate dai sindacati. E proprio qui sta il vicolo cieco in cui si trova il gruppo dirigente: se si esclude a priori la possibilità di una mobilitazione per portare avanti le nostre rivendicazioni, si può chiedere di essere ascoltati fino a perdere la voce, ma non si otterrà mai nulla.
Tutto il ragionamento di Landini si basa sulla rimozione del conflitto di classe. L’impresa non è più il luogo dove i lavoratori devono difendere i propri interessi contro quelli dei padroni, ma dovrebbe essere uno “spazio di co-determinazione”, “un sistema nel quale tutti i soggetti possono essere parte attiva e protagonisti”. Gli esiti di questi pii desideri sono sotto gli occhi di chiunque ha gli occhi per guardare.
Se i soldi per aumentare gli stipendi non si vanno a prendere lottando contro i padroni, non resta che rivolgersi allo Stato: riduzione del cuneo fiscale, Pnrr, piani di spesa pubblica “come in Francia e negli Usa”, grandi piani europei. Il fisco diventa allora “la madre di tutte le battaglie”. Persino i soldi del Tfr dei lavoratori vanno bene: il problema dei fondi pensione non è più che mettono a rischio le pensioni dei lavoratori in nome della speculazione, ma solo che i soldi vengono investiti all’estero anziché a sostegno dell’economia italiana (cioè della borghesia italiana).
La dura realtà dell’inflazione e della condizione salariale si è per un momento aperta un varco nel congresso quando il segretario ha dovuto ammettere che i parametri stabiliti (e approvati dal sindacati!) nei precedenti contratti nazionali per calcolare gli aumenti si sono rivelati del tutto inadeguati di fronte alla crescita dei prezzi. Tuttavia, non ha neanche citato una parola d’ordine chiara e comprensibile per tutti i lavoratori come una nuova scala mobile, l’unico strumento per recuperare il potere d’acquisto mangiato dall’inflazione, né ha fissato obiettivi di aumenti. La soluzione proposta è che quando si apriranno le trattative sui contratti nazionali, il sindacato proporrà “periodi di monitoraggio più brevi” sull’inflazione. Fin troppo facile chiedere chi vigilerà su queste tempistiche più strette quando in realtà ci sono contratti scaduti da anni che non sono ancora stati rinnovati, ma il vero punto è che Landini è disposto a qualsiasi proposta contorta pur di non parlare della scala mobile!
Nella parte finale del suo intervento il segretario ha ribadito più volte la necessità di “aprirsi al rinnovamento”, “saper ascoltare i lavoratori”, “allargare la partecipazione”, spostare il baricentro “dall’alto verso il basso”. Discorsi di questo genere sono semplicemente una fuga dalla realtà dopo un congresso in cui l’apparato ha fatto tutto il possibile per limitare in ogni modo la partecipazione attiva dei lavoratori e dopo uno sciopero generale, quello del 16 dicembre, in cui i lavoratori non si è nemmeno provati a coinvolgerli. La verità è che lo scollamento tra il mondo interno della Cgil e la condizione materiale di milioni di lavoratori in questo paese non è mai stato così profondo. Di fronte a questo Landini sceglie di chiudere gli occhi e di proseguire sulla strada seguita fin qui, come se nulla fosse. Il rinnovamento del sindacato non potrà venire dalle formule vuote e calate dall’alto sull’ “allargamento della partecipazione”, ma solo da una ripresa delle mobilitazioni su vasta scala che scuota il sindacato da cima e fondo e produca un ricambio radicale del suo gruppo dirigente.



