Ci vuole un programma combattivo!

Ci vuole un programma combattivo!

Nei mesi di maggio e giugno si sono tenute Assemblee Generali nazionali e territoriali di categoria e Camere del Lavoro della Cgil in cui si è presentato l’obiettivo di revisionare il Programma Fondamentale della Cgil in vista di una Conferenza di Programma che si terrà in autunno.
Il Programma Fondamentale è un documento approvato e successivamente rivisto nei congressi della Cgil del 1996 e del 2010 e che il prossimo congresso, che dovrebbe tenersi nel 2027, dovrebbe rivedere in base ad una proposta che elaborerà una Commissione nazionale.
L’Assemblea Generale della FP CGIL nazionale, a proposito, ha tenuto un incontro con la presenza di professori universitari. Di seguito l’intervento di Mario Iavazzi.

Ci vuole un programma combattivo!
Intervento di Mario Iavazzi all’Assemblea Generale FP CGIL Nazionale
Pur nutrendo perplessità sull’impostazione di questo confronto sulla revisione del programma
fondamentale, entrerò ugualmente nel merito del contributo che la Funzione Pubblica può offrire.
Ritengo infatti che ci sia una reale necessità di modificare il programma e di riorientare
l’organizzazione.
In primo luogo mi preme precisare che ci sono dei temi trasversali che dovrebbero coinvolgere tutta
l’organizzazione, compresa la nostra Federazione. Mi riferisco in particolare a due di essi. Salario e
orari di lavoro.
Un programma fondamentale dovrebbe chiarire che lo scopo della contrattazione è quello di
redistribuire la ricchezza: aumentare il valore reale dei salari e ridurre i profitti. La contrattazione
collettiva deve mirare a modificare i rapporti di forza per redistribuire la ricchezza, incrementando
il salario reale e comprimento i profitti. Al contrario, l’attuale dibattito interno si focalizza
unicamente sulla difesa del potere d’acquisto dall’inflazione, un obiettivo, peraltro, mancato. La
tenuta dei salari di fronte all’inflazione deve essere garantita da strumenti automatici, come
avveniva in passato con la scala mobile. Riconquistare questo obiettivo è una priorità assoluta;
senza di esso, l’erosione del potere d’acquisto renderà la crisi salariale sempre più profonda e
insostenibile.
La riduzione dell’orario di lavoro, a parità di stipendio, deve essere il cuore del nostro programma
fondamentale. Il miglioramento della qualità della vita dipende da una costante diminuzione del
tempo dedicato al lavoro. La tendenza attuale va esattamente nella direzione opposta.
In secondo luogo, ritengo opportuno approfondire un passaggio cruciale dell’analisi che viene
proposta: il continuo richiamo al neoliberismo. È corretto definire ‘neoliberista’ un sistema in cui i
governi intervengono in modo così pervasivo nell’economia? Un’imponente e variegata iniezione di
fondi pubblici a sostegno delle aziende, le politiche di riarmo, l’imposizione di dazi e le misure
protezionistiche rappresentano l’esatto opposto di un disimpegno dello Stato. Qui non si tratta di
desiderare una forma di capitalismo non liberista ma di mettere in discussione il sistema capitalista
stesso.
Vorrei toccare, poi, l’argomento dei servizi pubblici e della difesa di un welfare pubblico,
universale, gratuito e di qualità. Credo sia fondamentale avviare una profonda riflessione sull’attuale
modello di gestione dello Stato e delle autonomie locali. Occorre riaffermare con forza la
rivendicazione della proprietà pubblica al 100% per tutti gli enti deputati all’erogazione di servizi di
interesse generale. La gestione privatistica o esternalizzata dei servizi ha mostrato che fa
semplicemente parte di un processo di smantellamento dei servizi stessi. Il tema è: i servizi pubblici
possono essere settori in cui si può generare profitto? No, a mio parere, se devono essere servizi da
garantire a tutti e tutte.
Gli enti deputati ad erogare servizi pubblici possono rispondere ad esigenze economico finanziarie
o devono rispondere solo ed esclusivamente ai bisogni dei cittadini? Credo che la nostra risposta
debba essere netta e inequivocabile. Tuttavia, questo ci porta a un nodo cruciale: chi detiene il
potere decisionale e chi si occupa concretamente della gestione e del controllo dei servizi. Quella,
per intenderci, che nel gergo manageriale definiscono “governance”. “Quando la politica nomina i
dirigenti, questi ultimi diventano esecutori delle logiche economiche stabilite dal decisore politico.
La gestione dei servizi pubblici, che come detto dovrebbero essere di proprietà pubblica al 100%,
andrebbe posta sotto il controllo di lavoratori e lavoratrici del settore e di comitati di cittadini/utenti
dei servizi.
Un altro tema fondamentale che incide particolarmente sui lavoratori dei servizi pubblici è
l’esercizio del diritto di sciopero. Oggi questo diritto nei nostri settori non è garantito, tutte le norme
in vigore, a partire dalla 146/90 lo impediscono. Lo sciopero e la lotta non sono un capriccio, ma il
fondamento per migliorare i diritti di chi lavora, la loro limitazione per via normativa ha significato
privare i lavoratori della libertà di organizzarsi, difendersi e conquistare diritti.
Un’ultima riflessione riguarda un tema sollevato a inizio mattinata: sia l’astensione che il voto
antisistema canalizzano il dissenso verso i movimenti populisti di destra – si evidenziava in una
slide. Io penso, invece, che il vero problema sia che l’attuale sinistra politica e sindacale rientrano
nel quadro di un sistema che sfrutta ed impoverisce e questo, e solo questo, lascia spazio alla destra.

Autore