NO ALLA PRE-INTESA SUL CCNL FUNZIONI LOCALI!
Mentre i vertici della FP CGIL celebrano il raggiunto accordo sulla pre-intesa del CCNL Funzioni Locali 2025-2027, parlando in toni trionfalistici di “aumenti sopra l’inflazione” e di “nuovi diritti”, la realtà materiale vissuta quotidianamente da centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori degli Enti Locali restituisce una realtà diametralmente opposta.
Noi ci schieriamo apertamente per il NO a questa firma. Si tratta, a tutti gli effetti, di una resa contrattuale e politica. Invitiamo le lavoratrici e i lavoratori a respingere con forza un accordo insufficiente, frutto di una linea di concertazione che rinuncia in partenza al conflitto. Un’analisi attenta dei dati e del testo contrattuale ci fornisce tutte le ragioni politiche per bocciare questa pre-intesa.
Trattative a freddo e zero mobilitazione
La firma posta dalla CGIL rende del tutto vana e incomprensibile la posizione assunta in occasione del precedente rinnovo contrattuale (2022-2024), quando, giustamente, il sindacato si era rifiutato di firmare. Non siglare quell’accordo doveva rappresentare l’atto iniziale per dare il via a una vera stagione di lotta organizzata della base dei lavoratori. Al contrario, invece di costruire la mobilitazione nei posti di lavoro, si è preferito ancora una volta condurre trattative “a freddo”, al chiuso dei tavoli ufficiali, escludendo il coinvolgimento reale dei lavoratori. Firmare oggi un accordo senza aver proclamato nemmeno una giornata di sciopero, senza aver portato la pressione della piazza davanti all’ARAN e al Governo, significa disarmare la classe lavoratrice e accettare passivamente decisioni calate dall’alto.
L’illusione degli aumenti e la negazione dell’inflazione reale
Spacciare questo rinnovo come una vittoria economica, affermando che gli aumenti sarebbero “superiori all’inflazione”, costituisce un inganno statistico basato su indici che non rispecchiano il reale costo della vita. La pre-intesa fissa aumenti lordi mensili tabellari (a regime non prima del 2027) di 138,52 € per l’Area Funzionari ed EQ, 127,63 € per gli Istruttori, 113,53 € per gli Operatori Esperti e 108,95 € per gli Operatori. Si tratta di un incremento complessivo del 6,66%, calcolato dall’ARAN sulla base dell’indice IPCA-NEI che misura una inflazione stimata al 6,02% per il triennio.
Tuttavia, questo impianto omette due elementi fondamentali. In primo luogo, non recupera minimamente la perdita del potere d’acquisto subita nel triennio 2022-2024. A fronte di un’inflazione cumulata che ha superato il 15,4%, i salari sono cresciuti in media solo del 5,78%. Esiste un deficit strutturale di quasi il 10% che la CGIL aveva indicato come motivo per non firmare il precedente contratto e che oggi viene politicamente cancellato e accettato. In secondo luogo, l’indice IPCA-NEI esclude per definizione la dinamica dei prezzi dei beni energetici importati. Se l’acuirsi dei conflitti bellici attualmente in atto dovesse causare, come avvertono anche le stesse istituzioni borghesi come la BCE e il FMI, nuove impennate dei costi energetici ed effetti di “secondo round” (rincari su trasporti e catena alimentare), l’inflazione reale per le famiglie potrebbe facilmente toccare l’8,5% – 10,5%. L’aumento contrattuale coprirebbe a stento i due terzi di questa fiammata. Tuttavia bisogna tenere ben presente che le risorse economiche c’erano e ci sono — vengono puntualmente trovate per l’aumento delle spese militari e per i sussidi al padronato — ma vengono negate a chi garantisce i servizi pubblici.
La farsa della clausola di salvaguardia
Per mascherare la fragilità degli aumenti concessi, i firmatari dell’accordo rivendicano l’inserimento dell’Articolo 41, descritto come una “clausola di salvaguardia” a tutela dei salari in caso di aumenti improvvisi del costo della vita. Un’analisi attenta del testo rivela, tuttavia, l’assoluta inutilità di questo strumento. L’articolo stabilisce semplicemente che nel luglio 2027 — a soli sei mesi dalla naturale scadenza del contratto — le parti “si incontrano per effettuare una verifica congiunta”. Non esiste alcun automatismo. Anche qualora si certificasse un disallineamento tra salari e inflazione, l’ARAN non dispone di risorse proprie: senza stanziamenti in Legge di Bilancio, quel tavolo si risolverà in una presa d’atto priva di effetti economici. Inoltre, il parametro di verifica rimarrebbe l’IPCA-NEI, condannando i lavoratori a misurare la propria povertà con il metro alterato del governo.
Di fronte all’inconsistenza di questa “clausola”, è necessario affermare con chiarezza che la vera e unica clausola di salvaguardia contro il carovita e l’erosione dei salari ha un nome preciso: Scala Mobile. L’inflazione non è un fenomeno meteorologico, ma una tassa occulta sui salari e un meccanismo strutturale di trasferimento della ricchezza dal lavoro al capitale. Pensare di rincorrere il costo della vita con contrattazioni triennali (spesso rinnovate con anni di ritardo) significa condannare strutturalmente i dipendenti all’impoverimento. L’unica risposta sensata, reale e materiale è l’adeguamento automatico dei salari all’inflazione reale. La Scala Mobile non è un retaggio del passato, ma una necessità economica stringente del nostro presente, caratterizzato da instabilità internazionale e l’approssimarsi di un nuovo boom dell’inflazione a causa della criminale guerra di Trump in Iran. Reintrodurre un meccanismo automatico significa togliere il salario dalla precarietà delle compatibilità di bilancio e riaffermare il diritto a un’esistenza dignitosa.
Carenza di personale e carichi di lavoro insostenibili
Sul piano della realtà quotidiana delle lavoratrici e dei lavoratori del comparto degli Enti Locali la situazione è al collasso. I tagli sistematici degli ultimi decenni hanno scaricato il peso dei servizi su un personale stremato, anziano e numericamente insufficiente. I dati ufficiali (Istituto per la Finanza e l’Economia Locale, ANCI, Ragioneria Generale dello Stato) delineano un quadro di smantellamento: dal 2007 al 2023 si è registrato un crollo del personale del 28,7%. Mancano tra le 100.000 e le 150.000 unità per garantire i servizi minimi, con la prospettiva di ulteriori 175.000 uscite per pensionamento entro il 2030.
A fronte di questa voragine, la pre-intesa non offre alcuna risposta strutturale per lo sblocco delle assunzioni, né contrasta la precarietà dilagante. Nei Comuni, l’incidenza del precariato raggiunge picchi del 20-30% nei servizi essenziali. Una precarietà che assume contorni chiari di sfruttamento di genere: nei servizi educativi e sociali, dove la forza lavoro femminile supera l’80-95%, si concentra la più alta intensità di contratti a termine e part-time involontario.
Il paradosso del personale educativo: la delega delle responsabilità
La resa sindacale trova la sua espressione più emblematica nella gestione del personale educativo e scolastico. Si tratta di una delle fasce più colpite dal precariato, dove persistono inaccettabili sperequazioni: lavoratori che svolgono le stesse identiche mansioni si trovano inquadrati a livelli differenti, con molti educatori ancora inquadrati come Istruttori anziché come Funzionari/EQ. La risposta del nuovo contratto a questa storica ingiustizia è contenuta nella Dichiarazione Congiunta n. 2: nessuna soluzione contrattuale, nessun inquadramento sanato, ma solo l’impegno delle parti a “sensibilizzare il governo” per un futuro intervento normativo. Il sindacato abdica alla propria funzione negoziale, delegando la risoluzione di un’emergenza salariale e di inquadramento a una generica e incerta legge dello Stato.
L’alternativa: costruire l’opposizione di classe
Il compito di un’organizzazione sindacale non è quello di firmare accordi al ribasso per gestire la crisi dell’esistente, né di ratificare le compatibilità economiche dettate dai governi di turno, mascherandole dietro finte vittorie. La sua funzione storica e politica deve essere quella di costruire l’opposizione di classe e dare voce al conflitto, partendo dalle condizioni materiali delle lavoratrici e dei lavoratori, ormai stanchi di doversi accontentare delle briciole.
Invitiamo perciò tutte le lavoratrici e i lavoratori degli Enti Locali a:
- Votare NO con convinzione nei percorsi di consultazione della pre-intesa.
- Promuovere assemblee di base nei posti di lavoro, per smontare la narrazione ufficiale e rifiutare la linea della resa.
- Rilanciare lo sciopero e la mobilitazione generale per rivendicare un contratto che garantisca veri aumenti salariali (con il recupero reale del pregresso), un piano straordinario di assunzioni stabili, e la reintroduzione della Scala Mobile.
Non ci sarà alcun contratto dignitoso senza lotta. Bocciamo la pre-intesa, sosteniamo il NO!



