Draghi becchino di Alitalia?
Mentre andiamo in stampa, il governo Draghi sembra vicino a strappare all’Unione europea un Sì per il piano Alitalia.
E non si tratta di un piano di rilancio, bensì di definitivo affossamento.
La compagnia di bandiera di questo Paese con tutta probabilità cambierà nome: Alitalia passerà il testimone a Ita. È, quella al marchio storico (settantacinque anni di vita), una delle rinunce più pesanti che il governo ha concesso alla Commissione europea per averne in cambio il semaforo verde.
Ita sarà di fatto una compagnia regionale, con una flotta ridotta del 40 per cento ed un personale di volo e di terra che sarà un quarto di quello attualmente in organico.
Rimarranno dentro al perimetro aziendale le parti strettamente legate al volo, mentre saranno messi a gara i servizi ai passeggeri non necessariamente legati al trasporto bagagli.
Fine dei giochi.
Non c’è qui il tempo di riassumere vent’anni di contorsioni attorno a immaginari piani di rilancio di Alitalia, se non l’occasione di ricordare il passaggio del 2008 con la privatizzazione iniziata dal governo Prodi (centrosinistra) e portata a termine da quello Berlusconi (centrodestra).
Un approdo contro il quale i lavoratori hanno messo in campo una lotta determinata, ma che non ha trovato nei sindacati una direzione lungimirante.
Nessuna fiducia poteva essere riposta in tutti gli assetti ballerini che si sono trovati dal 2008 in poi, sia che vedessero alla ribalta capitani d’impresa nostrani o di oltre confine. E l’epilogo di questi giorni appare beffardo quanto inevitabile.
Lo scorso 6 aprile, quando l’antifona era ormai chiara, centinaia di lavoratori Cub e Usb, con la presenza di una nutrita rappresentanza di piloti, in assemblea davanti all’entrata dell’aeroporto di Fiumicino, sono partiti in corteo bloccando un tratto della Roma-Fiumicino.
Lo slogan principale di questa giornata di lotta era: Nazionalizzazione unica soluzione.
Questa parola d’ordine sacrosanta ora però non può essere l’ultima carta che si giocano i sindacati quando non hanno più niente da dire e nessun capitano di (s)ventura in cui credere.
Era chiaro già più di dieci anni fa che la privatizzazione era il primo disastro.
L’intervento dello Stato per risanare le aziende a carico di tutti per poi riconsegnarle ai privati, per i profitti di pochi, va respinto al mittente! È questa la logica che sta dietro al consenso che oggi la Ue si appresta a dare a questo finto piano di salvataggio.
I lavoratori, seppure sfiniti da un decennio di disastri, false promesse e attendismo sindacale, ancora non vogliono abbandonare il campo!
La nazionalizzazione delle aziende in crisi dev’essere legata all’idea della gestione e del controllo dei lavoratori su di esse. Non deve avere nulla a che vedere con la logica perdite pubbliche, profitti privati. In Alitalia non solo non accettiamo neanche un licenziamento in più, ma pretendiamo il NO a qualsiasi privatizzazione presente e futura. Se nazionalizzazione dev’essere, questa deve avvenire sotto la guida dei lavoratori attraverso dei comitati che siano espressione della loro volontà, non a vantaggio della prima compagnia di bandiera tedesca o araba che si presenta per rilevare a prezzi di saldo.



